Una dettagliata analisi economica alle radici delle rivolte
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L'America latina in crisi
perché non si rinnova
LORETTA NAPOLEONI


In America Latina è tornata la protesta popolare. Le micce che l’hanno innescata sono una serie di politiche impopolari, misure che confermano l’enorme distanza che corre tra la classe politica e la popolazione. Quest’anno, l’aumento delle aliquote fiscali e la pessima gestione della cosa pubblica hanno dato vita a proteste di massa in Argentina, Equador ed Honduras. L’anno scorso, i camionisti brasiliani hanno quasi paralizzato il Paese per protestare contro l’aumento del prezzo del carburante. In Bolivia, dopo che la corte suprema ha sospeso il conteggio delle schede elettorali nelle elezioni presidenziali, la gente è scesa in piazza. Ma è in Cile, la nazione che sulla carta appare la più ricca e maggiormente modernizzata dell’intero Continente, che un modestissimo aumento del costo del biglietto della metro ha scatenato un’ondata di contestazioni violente, con tanto di saccheggi, vandalismo ed arresti che non si vedeva dai tempi del colpo di stato di Augusto Pinochet.
I mali dell’America Latina sono economici, sociali e politici e covano da anni nel Continente. Nell’era della globalizzazione, la classe dirigente non solo non ha promosso la mobilità sociale, è stata incapace di produrre un modello di crescita, sviluppo e modernizzazione che funzionasse, come è successo in Asia. Ha mantenuto un sistema socio-economico arcaico, che ha arricchito i proprietari della ricchezza del continente e schiacciato verso il basso la classe media. E così lo scenario che si apre alla fine del 2019 è disastroso. Secondo il Fondo Monetario quest’anno l’America Latina crescerà dello 0,2 per cento, contro proiezioni di inizio anno dell’1,4 per cento. Ma è molto probabile che a fine anno ci si ritrovi con risultati ben peggiori dal momento che questi aggiustamenti sono antecedenti ai disordini sociali attuali, come quelli in Cile e Bolivia.
I politici puntano il dito verso l’implosione dell’economia venezuelana sotto il governo socialista di Nicolas Maduro e verso la guerra tariffaria tra Washington e Pechino, che ha ridotto drasticamente la domanda di materie prime cinesi. Ma questi sono fattori che un Continente con un’economia matura e diversificata saprebbe gestire come sta avvenendo in Asia. Nel 2019 le nazioni asiatiche emergenti dovrebbero crescere del 5,9 per cento, poco meno di quanto si era anticipato la scorsa primavera. Anche l’Africa, a detta del Fondo Monetario, registrerà una crescita di superiore a quella dell’America Latina, 3,2 per cento.
Alla radice della pessima performance economica e delle proteste sociali nelle capitali sud americane c’è il perdurare della dipendenza dal settore delle materie prime come il rame in Cile, il petrolio in Venezuela, lo zucchero in Brasile, industrie che una classe politica, spesso proveniente dalle famiglie che le controllano, ha protetto. Anche le diseguaglianze sociali scaturiscono dagli stessi errori: durante il boom delle materie prime non si è investito nelle infrastrutture e nell’istruzione pubblica; le economie nazionali, fatta eccezione del Messico, non sono entrare a par parte del sistema di produzione globalizzato; l’alta tecnologia non si è mai fatta strada nel settore pubblico o privato sudamericano. E la forza lavoro non si è evoluta.
L’America latina è ferma all’inizio del millennio, ciò che sorprende è che la protesta non sia scoppiata prima.
03.11.2019


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