Dopo l'ebbrezza del "facciamolo" la delusione del post-voto
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Il Plrt fuori rotta
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LIBERO D'AGOSTINO


La diagnosi più efficace su un partito collassato della disillusione del 7 aprile, l’ha fatta il professore Gerardo Rigozzi: "Il vero problema è che il Plrt deve profilarsi maggiormente, perché oggi la sua immagine è un po’ confusa". Nella confusione si sono persi 4.000 elettori liberali radicali. Nel day after elettorale il presidente Bixio Caprara ha lanciato l’appello per raddrizzare la rotta: "Dobbiamo cercare un profilo più chiaro". Ma per avere un profilo più chiaro serve una visione politica altrettanto chiara. Per non confondersi con gli altri partiti, al Plrt servono una cultura e un’identità chiaramente ispirate al liberalismo, ben oltre le dichiarazioni di principio, ma che oggi, secondo gli osservatori più critici, mancano.
Umiliante l’aspettativa frustata su un secondo ministro, proprio quando c’erano tutte le condizioni favorevoli: l’effetto Ignazio Cassis, la clamorosa vittoria di Samuele Cavadini a Mendrisio, la crisi della Lega impastoiata nelle responsabilità di governo, il Ppd impigliato nel caso Argo 1 e le divisioni della sinistra. La certezza del raddoppio trasmutata in un’inaspettata sconfitta. Conseguenza non solo  dell’errore tattico di un partito che, eccitato dall’ebbrezza del "facciamolo", ha sbagliato bersaglio, concentrandosi sul seggio socialista, anziché, ha ricordato l’ex ministro Gabriele Gendotti, sull’avversario "naturale, la Lega. È anche il risultato di un vuoto politico. Dell’incapacità "di dire qualcosa di liberale" come lamentava pubblicamente alla vigilia delle elezioni un fedele militante, dopo aver visto in piazza a Lugano un banchetto dei giovani plrt con un cartello che invocava più sanzioni "contro i furbetti che sfruttano le previdenze sociali". Triste scopiazzatura, osservava, degli slogan di Lega e Udc.
È in questo vuoto politico che si muovono ancora alcuni deputati plrt che, per il voto del 19 maggio contro la "direttiva europea sulle armi", ricorrono all’abituale lessico populista: "La tattica del salame di Bruxelles" e "le imposizioni dell’Ue", confondendosi con la destra nazionalista.
È quel buco nero della cultura liberale che ha portato il partito ad affiancarsi spesso al primanostrismo e alla derive protezionistiche, dall’albo degli artigiani alle misure antifrontalieri, facendogli perdere riconoscibilità agli occhi degli elettori. Ad impedirgli di battersi per una società aperta contro le chiusure e i ripiegamenti identitari. Opponendo al catastrofismo populista, come suggeriscono da tempo gli ambienti economici, la realtà di un Ticino che negli ultimi anni ha creato migliaia di posti di lavoro. Che oggi può vantare centri di ricerca di fama mondiale, che avrà nuove opportunità di crescita con l’adesione alla Greater Zürich Area, la più grande agenzia di marketing territoriale, e la vicinanza con Milano dove sta sorgendo il Mind, uno dei parchi scientifici più importanti d’Europa.
"Ci attendiamo un sussulto d’orgoglio delle forze liberali" ha avvertito Stefano Modenini, direttore dell’Associazione industrie ticinesi, auspicando un’intesa tra i partiti di centro: "C’è da ridiscutere tutta la macchina dello Stato, in un cantone estremamente statizzato, impregnato di burocrazia, di formalismi e dove impera il dipartimentalismo". Temi che, se trascurati dal Plrt, saranno cavalcati dai liberal conservatori dell’Udc.
Senza una vera politica liberale era inevitabile che al comitato cantonale di Cadempino si esprimesse il peggio della cultura illiberale. Facendo, addirittura, ascoltare una registrazione telefonica in cui Dick Marty ribadiva l’importanza di un socialista in governo, per accusare l’ex senatore e l’ex ministra Laura Sadis di aver sputato nel piatto del partito dopo averci mangiato. "Per delle riflessioni che un tempo avrebbero inorgoglito il dibattito interno si è chiesta persino l’epurazione" ha annotato amaramente l’ex deputato plrt Sandro Lombardi.

ldagostino@caffe.ch
(2 - continua)
12.05.2019


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