La quota di italofoni a Berna resta inferiore ai limiti legali
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In quei dipartimenti
non si parla italiano
ANDREA STERN


Zero su cinquantatrè. Al Dipartimento federale di giustizia e polizia (Dfgp) non c’è nemmeno un alto funzionario di lingua italiana. Questo nonostante la Legge sulle lingue nazionali prescriva chiaramente che nelle varie unità dell’Amministrazione federale ci deve essere una percentuale di italofoni compresa tra il 6,5 e l’8,5%. Ma nel dipartimento diretto da Karin Keller-Sutter, che l’ha ripreso a inizio anno da Simonetta Sommaruga, questa regola è ben lungi dall’essere rispettata.
E non solo lì. Le cifre fornite a Le Temps dall’Amministrazione federale indicano che nessuno dei sette dipartimenti rispetta la soglia prevista dalla Legge federale sulle lingue nazionali. Una legge che non risale a ieri bensì al 2007. Ci sarebbe dunque stato tutto il tempo per adeguarsi. L’unico esempio virtuoso arriva dalla Cancelleria federale, dove gli alti funzionari di lingua italiana sono il 22,2%, quindi molto più numerosi rispetto al minimo legale. Per il resto il panorama è desolante.
Nemmeno il Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae), diretto dal ticinese Ignazio Cassis, rispetta le prescrizioni di una norma nata con gli obiettivi di "rafforzare il quadrilinguismo quale elemento essenziale della Svizzera, consolidare la coesione interna del Paese; promuovere il plurilinguismo individuale e il plurilinguismo istituzionale e salvaguardare e promuovere il romancio e l’italiano in quanto lingue nazionali".
Tra i 305 alti funzionari del dipartimento guidato da Ignazio Cassis gli italofoni rappresentano il 6,3%, la stessa percentuale di quattro anni prima, quando il "capo" era il neocastellano Didier Burkhalter. Si era appena sotto il minimo legale e lo si è rimasti, nonostante il cambio di direzione. Perlomeno il Dfae è uno dei soli due dipartimenti dove si rispetta la minoranza francofona. I funzionari romandi sono il 29,8%, più numerosi rispetto alla soglia prevista tra il 21,5 e il 23,5%. L’altro dipartimento in cui i limiti legali vengono almeno in parte osservati è quello dell’Interno, diretto dal friborghese Alain Berset, con il 24,7% di francofoni. Ma con solamente lo 0,1% di italofoni.
Una situazione "catastrofica", come la definisce Le Temps, che si ripercuote sull’intera macchina burocratica. Il Centro di studi sulla democrazia di Aarau (Zda), in uno studio pubblicato nel settembre scorso, evidenziava che gli atti legislativi redatti in italiano restano sotto il 2%, quindi una quota insignificante. Migliore è la situazione del francese, che negli ultimi vent’anni è passato dal 5 al 18%. Un risultato, spiegava lo studio, dovuto all’impegno dei quadri superiori francofoni in favore del plurilinguismo. "Gli italofoni - aggiungevano i ricercatori - sembrano dal canto loro essersi rassegnati al fatto che nell’Amministrazione federale l’italiano non funga da lingua ufficiale equivalente alle altre".
Un atteggiamento sbagliato secondo il consigliere nazionale ppd Marco Romano (vedi articolo a fianco), autore di numerosi atti parlamentari in difesa delle minoranze linguistiche. Gli italofoni non devono rassegnarsi bensì insistere affinché la loro lingua sia trattata per quello che è, una lingua nazionale. È indispensabile non mollare la presa. Anche perché, come evidenziava ancora lo studio del Zda, un’ulteriore sfida per le minoranze linguistiche arriva dalla crescente importanza dell’inglese anche in seno all’Amministrazione federale, in particolare in ambito scientifico o nelle relazioni internazionali. L’italiano rischia di finire ancor più nell’angolo.

a.s.
14.04.2019


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