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Johnson fa i conti con il successo dei nazionalisti scozzesi
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"Sindrome catalana"
dopo il trionfo di Boris
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


Quanto dura un trionfo? Per il premier conservatore Boris Johnson il tempo di affrontare la dura realtà delle sue promesse elettorali, tante, troppe, troppo diverse, capaci di attirare milioni di voti dai ceti più lontani, dagli operai del nord Inghilterra ai ricchi e privilegiati del countryside, ai manager della City, ma che, come tanti sogni, dovranno essere esaudite. L’uomo del momento non può quindi starsene troppo adagiato sugli allori di numeri impressionanti: i suoi Tories hanno incassato 365 seggi, con uno scarto di più 80 su tutte le altre forze messe insieme, e una percentuale di suffragi al 43,6%, vicino ai massimi storici dell’era Thatcher. Il Labour è stato "asfaltato", come si dice in gergo calcistico, col leader Jeremy Corbyn dimissionario, mentre non è andata meglio agli eurofili Libdem, che hanno perso la leader Jo Swinson, non eletta per un centinaio divoti.
BoJo gongola, per il momento, e può, come promesso, offrire ai britannici la prima ratifica della legge sulla Brexit, con annesso accordo di divorzio già raggiunto con Bruxelles, come regalo di Natale. Entro la fine di gennaio deve arrivare anche il sofferto addio all’Unione.
Dopo però sono tante le incognite sui negoziati con i 27 sulle relazioni future e sulle intese di libero scambio con l’Ue a cui Boris punta, ma per le quali i tempi sono strettissimi, visto che la scadenza del periodo di transizione, con il temporaneo mantenimento dello status quo, è limitata alla fine del 2020. Lungo il percorso tanti temono che il primo ministro senza più freni, grazie alla schiacciante maggioranza su cui può contare in Parlamento, si lasci andare a decisioni avventate e si finisca comunque nell’incubo di una Brexit non consensuale. Nel frattempo si ritrova con l’assegno in bianco firmato per milioni di elettori che chiederanno di riscuotere.
Il tanto acclamato voto del nord Inghilterra "operaio", conquistato nelle ex roccaforti del Labour espugnate dai Tories, è arrivato sulla fiducia. Per mantenerlo Johnson deve realizzare infrastrutture, investire fortemente in una sanità in ginocchio e in generale nel welfare, quindi dire un vero "basta" all’austerity dei suoi predecessori (conservatori). Tutto questo mentre deve tagliare le tasse per la classe media e innescare la ripresa economica dopo anni di incertezza dovuta alla Brexit. Le contraddizioni non finiscono qui: una parte della popolazione chiede più sicurezza e frontiere controllate, mentre i più ricchi vogliono un Regno aperto al business e al mondo. Nel successo di Johnson quindi, che si basa sull’aver intercettato le istanze più diverse degli elettori, c’è anche il suo tallone d’Achille.
Per vincere, come è emerso da una analisi di First Draft, organizzazione no profit specializzata nel contrastare la disinformazione, spesso è ricorso a promesse infondate. Si calcola che quasi il 90% degli annunci elettorali pubblicati dai Conservatori su Facebook nei primi giorni di dicembre non siano veritieri: dai 40 nuovi ospedali da costruire ai 50mila infermieri da assumere. Una valanga di fake news quindi, che rischia di travolgere lo stesso Johnson. Intanto lui immagina un Paese forte e unito, che potrebbe sfaldarsi nelle sue mani. La Scozia, in maggioranza anti-Brexit, con la sua leader Nicola Sturgeon dà già battaglia per arrivare a un nuovo referendum sulla secessione dalla Gran Bretagna.
Mentre in Irlanda del Nord prevalgono i partiti nazionalisti e repubblicani: si parla quindi di referendum sulla unificazione tra le due Irlande. Una "sindrome" catalana è alle porte, con buona pace di Boris e della sua retorica sulla "one nation".
15.12.2019


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