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L'uccisione del Califfo non spegne i sentimenti di odio
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L'attentato a Londra
rilancia l'allarme jihad
GUIDO OLIMPIO


Nessuno ha mai pensato che l’uccisione del Califfo al Baghdadi avrebbe messo fine al ciclo del terrore. Averlo eliminato è stato importante, in quanto ha sfatato il mito dell’invincibilità, ma non ha chiuso la guerra. E l’assalto all’arma bianca sul London Bridge ne è stata la conferma all’interno di una cornice in parte definita.
Il primo lato del quadro è rappresentato dalla persistenza di quanti abbracciano l’idea di Jihad, non importa sotto quale bandiera o movimento. L’attentatore londinese era un recidivo, cresciuto nel segno di al Qaeda. Con precedenti penali pesanti, coinvolto piani di attacco eppure lo avevano rimesso in libertà. Non possiamo generalizzare, però il numero di pentiti tra gli islamici radicali è sempre piuttosto basso. E anche se non tornano a delinquere non spezzano il vincolo ideologico. Poi, per fortuna, coloro che tornano a compiere violenze non sono tanti, ma questo tiene comunque impegnate le forze di sicurezza, con linee di difesa troppo lunghe. Impossibile badare a tutti i potenziali attentatori che vivono nelle città d’Europa. In sintesi sono delle bombe a tempo, pronte a deflagare.
Il secondo "pezzo" del quadro è l’azione stessa. Il killer in precedenza aveva pensato di usare ordigni veri, poi una volta fuori dal carcere ha ripiegato su mezzi meno ambiziosi riuscendo a provocare delle vittime. È ricorso all’arma preferita degli assassini dello Stato Islamico, un lungo coltello. Lo abbiamo visto in una serie senza fine di episodi, dalla Francia al Belgio, dove le lame sono servite per portare paura e morte. Per ragioni molto pratiche. Non è illegale tenere nella cucina della propria abitazione un oggetto tagliente e lo porti dove vuoi e come vuoi. Da utensile si trasforma in strumento terroristico. E gli esiti tragici sono sotto gli occhi di tutti.
Passiamo al terzo lato. L’ambiente. Studi condotti in diversi paesi europei hanno censito le azioni avvenute dal 2015 ad oggi. Non poche sono state - almeno nella parte dell’esecuzione - condotte da elementi che si sono mossi in modo individuale. Questo, tuttavia, è solo un aspetto: gli esecutori erano da soli, ma si consideravano parte di un progetto globale. Una volta c’era l’etichetta di al Qaeda, poi è arrivato il marchio dello Stato Islamico, concesso con generosità dagli ideologici della fazione, veloce nel mettere cappello su atti sanguinari. Dunque la definizione di lupi solitari è inesatta, incompleta, parziale.
Infine, come hanno sottolineato numerosi articoli, la resistenza. Parliamo tanto dei killer, della brutalità. Però negli ultimi mesi, con episodi diventati tendenza, sta emergendo la reazione dei cittadini. Sono loro ad affrontare con qualsiasi "scudo" a disposizione gli attentatori. A Londra hanno impiegato un estintore e persino il corno di un narvalo. Altrove uno skateboard, in altri casi le mani nude e un carrello di un supermercato. Gesti di coraggio per rallentare l’aggressione e sufficienti, a volte, a limitare i danni.
Non è un invito a sostituirsi alla polizia oppure l’auspicio che nascano dei vigilantes, ci mancherebbe. La sicurezza spetta alle autorità, allo Stato. Andare contro l’assassino brandendo un bastone è una libera scelta, ma nel contempo rappresenta un segnale importante visto che chi predica l’odio e invita alla strage ci dipinge come essere impauriti e deboli.
01.12.2019


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