Interessi e strategie dietro la guerra civile in Libia
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LORENZO CREMONESI


Il maresciallo Khalifa Haftar non ha mai nascosto le sue reali intenzioni da quando è tornato in Libia dall’esilio americano nel corso della rivoluzione del 2011. Seppur ormai anziano e malato, mira a controllare non solo l’esercito libico, ma anche la scena politica. C’è chi lo paragona ad un "nuovo Gheddafi". Un paragone non del tutto fuori proposito. Il suo essere palesemente un "uomo forte" con inclinazioni dittatoriali e poco attento alle pulsioni democratiche cresciute negli ultimi anni nel suo Paese risponde comunque a quel desiderio di ordine e disciplina che oggi persino tanti giovani attivisti di otto anni fa sono disposti ad accettare pur che la situazione si calmi, vengano battute le milizie e cresca un forte governo centrale.
Va però aggiunto che Haftar non ha una sua tribù numerosa e pronta a sostenerlo ad ogni costo, come invece aveva il Colonnello Muammar e soprattutto gli manca quella arguta furbizia beduina che invece permetteva a questo di governare la frazionata e tribale società libica nella più pura logica del dividi ed impera. In poche parole: Haftar è più un militare accentratore e intollerante che non un politico forgiato dagli umori e le tradizioni libiche e ciò spiega le sue grandi difficoltà a mettere assieme un esercito unico in grado non solo di vincere, ma poi anche di tenere fermo il suo controllo sull’intera Libia.
È in questa chiave che vanno letti gli eventi nella Libia degli ultimi giorni. E cioè. Primo, non sono nulla di nuovo, rappresentano la continuazione delle scelte e degli annunci sin da almeno il 2015. Dunque non c’è alcuna novità. Secondo, era da prevedere che Haftar si muovesse verso Tripoli in concomitanza ai preparativi della Conferenza nazionale organizzata dall’inviato dell’Onu Ghassan Salamé e che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni nell’oasi di Ghadames. In questa chiave Haftar vorrebbe arrivare alla Conferenza dalla confortevole posizione di vincente sul territorio e dunque punto di riferimento sia per l’intera società libica che per la comunità internazionale. Terzo, oggi come sempre mostra i suoi limiti politici e militari. Non va mai dimenticato che tanto dei suoi arsenali bellici arriva dall’Egitto. E che il consenso politico di Mosca gli sta diventando necessario. Se dunque gli alleati lo frenano, lui è costretto allo stallo. La sua poca capacità di negoziare con i nemici, prima di tutti le milizie di Misurata e il fronte dei Fratelli Musulmani, lo mette a mal partito. Perché, se ora la sua avanzata è facilitata dalle loro divisioni interne, nel caso le sue opposizioni dovessero riunirsi a creare un fronte comune la situazione di limitata guerriglia a bassa intensità odierna rischierebbe di degenerare in un conflitto aperto molto più complesso.
Da qui la quarta e ultima considerazione: Haftar è un militare rispettato, ma la sua scarsa capacità di negoziazione politica resta uno svantaggio, destinato a diventare sempre più grave se dovesse davvero riuscire a occupare la piazza di Tripoli. Al momento tanti dei suoi militari sono ex soldati dell’esercito di Gheddafi, oltre a giovani figli delle tribù che una volta erano fedeli al Colonnello. Ha da sé anche il desiderio sempre più popolare tra i libici di farla finita una volta per tutte con le milizie. Lui dice di voler "porre fine al terrorismo", un modo per ribadire la sua volontà di unificare tutte le forze militari nel Paese.
Dimentica però che alcune milizie nella Tripolitania sono molto più che gruppi di sbandati decisi di raccogliere denaro ai posti di blocco improvvisati, bensì espressione diretta di interessi di potere locali, bracci armati di tribù, di cittadine, di gruppi sociali. Haftar è un soldato, molto difficile riesca a convertirsi in un politico. Occorre capire se accetterà un premier e un presidente che non siano lui stesso.
07.04.2019


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