Le ricette del leader Corbyn piacciono poco anche a Blair
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Il populismo britannico
ora è in salsa laburista
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


Il vento populista che soffia in Europa non gonfia solo le destre ma anche le sinistre. E soffia anche oltre la Manica e nel Regno Unito. Le ricette radicali proposte dal leader laburista Jeremy Corbyn vengono infatti definite "populiste" da più parti. E sono state proclamate nell’ultimo congresso del partito che si è svolto a Liverpool, dove il grido di Corbyn è stato quello di lottare contro il capitalismo più avido al fine di "ricostruire la Gran Bretagna per i molti, non per i pochi". Parole che insieme alle proposte di nazionalizzazione di ampi settori industriali ricordano molto quelle pronunciate da altri movimenti affermati in Europa, a partire dai 5 Stelle in Italia.
Corbyn è l’erede delle lotte sindacaliste e radicali degli anni Settanta e Ottanta, aggiornate con una certa ostilità alle storture dell’economia globale e una diffidenza verso l’Europa dei poteri forti. Così la sua popolarità è cresciuta, in particolare fra i giovani, stanchi dell’austerity imposta dai governi conservatori. Ora che l’esecutivo della premier Theresa May è più in difficoltà con lo stallo della Brexit e i dissidi interni ai Tories, il leader Labour si sente pronto a tentare il grande colpo per arrivare a Downing Street e sfodera così una programma a dir poco ambizioso.
La sua scommessa è quella di rompere con il "greed-is-good capitalism" (quello che giustifica l’avidità come una virtù, nel solco della citazione presa in prestito dal profetico film ‘Wall Street’) e con una deregulation finanziaria che dopo la devastante crisi di 10 anni fa l’establishment ha solo ritoccato. E quindi lotta senza quartiere ai cosiddetti "fat cats", gli arricchiti sulle spalle della parte più debole della popolazione, quella che si è impoverita e che è costretta a ricorrere alle ‘banche del cibo’. Mentre i governi conservatori hanno drasticamente tagliato il welfare e il sistema di benefit, rispetto al quale Corbyn vuole intervenire, in particolare attraverso aiuti alle famiglie con bambini più disagiate.
C’è poi l’impegno di creare 400mila posti di lavoro verdi e qualificati, tramite un progetto senza precedenti - illustrato in aperta polemica con lo strappo degli Usa di Donald Trump sul clima - di taglio delle emissioni di carbonio: -60% nel 2030, zero nel 2050.
Sullo stesso tono, sale poi la denuncia del "racket delle privatizzazioni e dell’outsourcing" e dei suoi "disastri" - dalle ferrovie, all’edilizia popolare, alla sanità - seguita dalla promessa di dare vita a "una vera economia mista" che "esplori nuove forme di proprietà", coinvolgere le comunità locali, far spazio ai lavoratori nei cda aziendali.
Le vecchie ricette sono logore, secondo Corbyn, convinto che la maggioranza dei britannici sia pronta per qualcosa di nuovo, sebbene colorato da antiche radici socialiste. Che mostrano tutta la loro vitalità con la proposta di rinazionalizzazione dei servizi essenziali, (dalle ferrovie all’acqua), l’introduzione di norme per la confisca ai grandi proprietari delle case tenute sfitte, e una proposta di legge per imporre alle aziende quotate di garantire l’offerta d'una partecipazione azionaria ai dipendenti, almeno del 10%. Roba che fa tremare i polsi alla Cbi, la Confindustria britannica, ma che ha conquistato gli attivisti del Labour.
Sembra quindi lontano anni luce il New Labour di Tony Blair, che proprio di recente, parlando alla Bbc, ha definito come irrecuperabile la situazione del suo ex partito, troppo sbilanciato a sinistra. Non piace inoltre a Blair il mancato impegno di Corbyn nel contrastare la Brexit.
30.09.2018


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