Michele Placido
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'L'età non è importante,
amore non è solo sesso'
ALESSANDRA COMAZZI


Michele Placido è appena stato in Puglia, sua terra d’origine, a fare sopralluoghi per un prossimo film dedicato a Caravaggio. "Sarò soltanto regista - dice -, Caravaggio aveva 40 anni quando è morto, io ne ho 73. Va bene che è finzione, ma non esageriamo". Dicono le biografie che il suo primo lavoro fu quello di poliziotto. "Non fu un vero lavoro - racconta -. Era il servizio militare, ai miei tempi obbligatorio in Italia. Io lo svolsi in Polizia, non ancora smilitarizzata. Per fare ‘sto servizio andai a Roma, io ero nato ad Ascoli Satriano in provincia di Foggia: quello volevo fare, arrivare a Roma per frequentare l’Accademia d’arte drammatica. Recitare. Mi sembrava che il teatro potesse aiutarmi a sviluppare la mia creatività. Le scuole servono soprattutto quando, come me, si arriva dalla provincia. Come fai a cominciare? Vai a scuola. È la cosa migliore. E all’Accademia conobbi Luca Ronconi, mio maestro. Era il 1969 e lui portò il mitico Orlando furioso a Spoleto. Accanto ad attori già famosi, scelse alcuni giovani dell’Accademia, per dei piccoli ruoli, e andammo in tournée. La compagnia era numerosissima, fantastica. Fu un’esperienza notevole, libera, selvaggia, era una scuola ma non lo era. Giravamo per i Festival, grandi e piccoli, volammo anche a New York. Per un ragazzo di 20 anni, un momento magico".
Forse meno magico il commissario Cattani della Piovra, un personaggio che l’ha seguito a lungo. "Ma non perseguitato - riflette Placido -. Mi ha dato il successo, gli sono gratissimo, è lui che mi ha fatto conoscere in tutto il mondo. Lui e il regista Damiano Damiani. Però, anche di fronte al successo a un certo punto bisogna dire basta. Infatti alla quarta stagione, morii, crivellato di colpi, e quella puntata lì della Piovra resta uno dei momenti di tv più seguiti in assoluto. Eppure, più passano gli anni, più ho voglia di teatro e meno di tv. Ma faccio anche cinema, sono fortunato, ho tanti pubblici. Al cinema ho cominciato con Pummarò, 1990: andò subito a Cannes. Adesso dal cinema sono un po’ deluso. Si esagera con la commedia. Oh, si può indagare anche con la commedia: che però deve far riflettere. Pummarò parlava di sfruttamento dei lavoratori extracomunitari, un bell’anticipo sui tempi".
Michele Placido ha cinque figli, due fanno gli attori, Violante e Brenno. "E certo non li ho dissuasi. Vogliamo scherzare? Violante ha cominciato con me al cinema, ma poi è sempre andata per conto suo. Brenno invece tentennava. E io l’ho praticamente obbligato. Ma scusi, che cosa dice un farmacista al figlio? Di fare il farmacista. E il macellaio? Di fare il macellaio. E io non dovevo dirgli di fare l’attore? Essere figli d’arte è una bella cosa, negarlo è distorcere la realtà della vita. L’ho trascinato con me in palcoscenico, abbiamo fatto Re Lear, il mio amato Shakespeare, e sul set Romanzo criminale e Il grande sogno. Ha realizzato lo spot di un profumo, ha lavorato nella serie In Treatment. Noi siamo una grande famiglia, e siamo anche un’impresa artistica familiare-artigianale, io ho sperato con tutto il cuore che Brenno proseguisse la strada. Per fortuna ce la sta facendo. Perché recitare non è un mestiere per tutti e non a tutti piace. Lui non era mica così convinto. Gli ho detto: prova. E si è appassionato".
Poi ci sono le donne... "Vengo da una famiglia dove le donne hanno sempre dominato la scena. Donne colte e appassionate. E la loro personalità appassiona me. Mia moglie Federica è di 37 anni più giovane, ma l’età non conta, davvero. Il paradosso è che conta soltanto se si riduce il rapporto di coppia alla carnalità. Mi piace invece pensare a tutto il resto, e vale per le donne e per gli uomini. Diciamo la verità, l’atto sessuale dura venti minuti: e poi? Ma io con mia moglie ci sto da 18 anni".
22.09.2019


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