Fabrizio Zilibotti
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'L'economia condiziona
l'educazione dei figli'
GABRIELE CATANIA


erché in Asia si moltiplicano le "mamme-tigre", genitrici super-grintose che fanno di tutto per spingere i figli all’eccellenza, imponendo loro ore e ore di studio rigoroso, e corsi extra di violino, inglese e informatica? Perché le mamme e i papà svedesi sono così flemmatici con gli insuccessi scolastici dei figli? E perché per i genitori svizzeri l’indipendenza è un valore importante da instillare nella prole? A domande del genere cerca di rispondere Fabrizio Zilibotti, 55 anni, economista modenese di fama internazionale che si divide tra Yale, dove insegna economia della crescita, e Zurigo, dove ha insegnato per anni, e dove con la moglie va a trovare spesso la figlia, studentessa di fisica. Con il collega Matthias Doepke, Zilibotti ha dimostrato che il modo in cui i genitori educano i figli è molto condizionato dal contesto economico e dalle aspettative sul futuro. "I genitori cercano sempre di fare il bene dei figli, in ogni parte del mondo - spiega in un italiano a tratti colorato da un lieve accento americano -. Ma naturalmente le situazioni economiche cambiano in base al luogo e al periodo; per esempio crescere oggi un bambino americano nello stesso modo in cui un coetaneo viene cresciuto in Scandinavia non sarebbe una grande idea".
Zilibotti e Doepke lo spiegano bene in un saggio, "Love, money and parenting" (Amore, soldi e genitorialità), appena uscito oltreoceano, ma già diventato un caso. Ad esempio, in un paese come la Svezia, dove il welfare state è generoso e la diseguaglianza bassa, i genitori sono piuttosto permissivi e non si preoccupano troppo per il futuro dei pargoli: l’importante è che siano felici, creativi e rispettosi del prossimo. Negli Stati uniti, dove la diseguaglianza è alta e la competizione ancora di più, i genitori sono quasi dei coach che portano i figli a dare il massimo per entrare in un ottimo liceo e poi in un ottimo college, e avere carriere stellari. In poche parole, più la diseguaglianza cresce, più le mamme e i papà hanno uno stile genitoriale autorevole, orientato a guidare (talvolta in modo anche molto invasivo) la prole. La Svizzera, che Zilibotti conosce bene - "ho insegnato all’Università di Zurigo per undici anni" - si colloca a metà tra i due estremi. "Nella scuola c’è un principio di autorità: i bambini devono dare del ‘lei’ all’insegnante e ascoltarlo quando parla. Questo a Zurigo o a Lugano può sembrare quasi un’ovvietà, ma non lo è a Stoccolma dove è l’insegnante che si adatta ai bambini e non viceversa. Ma come in Svezia, anche in Svizzera è molto importante che un bimbo impari a lavorare in gruppo, a differenza di quanto accade in paesi confinanti come l’Italia o la Francia".
Ancora, "in Svizzera anche a chi non entra in un liceo, in un gymnasium, non si chiude la porta come in America, dove frequentare una scuola meno qualificata può avere un effetto davvero pesante sul futuro di un ragazzo". Nel corso degli anni Zilibotti ha insegnato in molti luoghi diversi: Spagna, Inghilterra, Svezia e ora Stati Uniti (non a caso sua figlia parla quattro lingue). Ha avuto così modo di toccare con mano i diversi modi di essere genitori. "Consideriamo l’uso della sculacciata. In Europa è in forte declino, mentre oltreoceano i genitori hanno spesso meno problemi a ricorrere alle punizioni fisiche. Dal mio osservatorio americano, casuale e non-scientifico, mi capita di vedere genitori che mollano degli schiaffoni ai figli; in Svezia non vedevo mai scene del genere, e se si fossero verificate qualche passante avrebbe chiamato la polizia: la violenza sui bambini lì è davvero un tabù".
Dei suoi studi liceali e universitari in Emilia-Romagna Zilibotti ha un ottimo ricordo, come pure degli anni passati a insegnare agli studenti svizzeri. "È molto bello insegnare sia a Yale che a Zurigo. In America la lezione tende a essere più interattiva, gli studenti partecipano molto, scrivono ai professori tante email; gli studenti svizzeri hanno conoscenze matematiche più forti, e questo si nota". Merito della scuola, ma indubbiamente anche di mamma e papà.
12.05.2019


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