Martin Guevara
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"Il mio cognome
mi ha reso migliore"
FEDERICO BASTIANI


Quando morì suo zio, Che Guevara, quel 9 ottobre del 1967, Martin aveva solo 4 anni. Il nipote del Che due mesi fa è arrivato in Italia per la camminata di 480 chilometri da Camarina a Mozia, in Sicilia (l’antica traversata sicula). "Non solo io sono legato all’Italia, anche mio zio lo era. Prima di incontrare Fidel Castro pensava di frequentare l’Università di Bologna per perfezionare i suoi studi in medicina. Il Che è cresciuto con la coscienza partigiana, antifascista e provava grande ammirazione per Garibaldi". Martin è il figlio del fratello più piccolo di Ernesto Guevara, Juan Martin, nato nel 1943. È cresciuto fra l’Argentina, Cuba (dove si è trasferito a 12 anni) e la Spagna. Ha sviluppato un pensiero critico nei confronti del sistema cubano che lo ha allontanato da una parte della famiglia Guevara. "Sono molto legato a mia zia Celia che considero la versione femminile del Che. Lei ha combattuto contro la dittatura in Argentina. Sono poi legato a mio padre ed alcuni cugini, preferisco invece non parlare delle altre persone della famiglia che non hanno perso occasione per attaccarmi solo perché esprimevo le mie idee", racconta al Caffè.
Cuba nell’immaginario collettivo di tanti movimenti di sinistra rappresenta l’unica alternativa concreta al sistema capitalista che ha portato, secondo alcuni storici, le popolazione di tanti paesi nel mondo, inclusa l’Argentina, a subire sofferenze. "Nei primi anni della rivoluzione, Cuba era molto più di un faro antimperialista, poteva rappresentare l’autentica rivoluzione culturale, di idee, di sviluppo, di utopie. Ben presto questo sogno è stato tradito". Quella che doveva essere una vera rivoluzione si è trasformata in una delle tante dittature. Eppure Cuba ancora oggi è ricordata per il suo sistema sanitario, per il livello dell’educazione. "Quello che hanno subito i cubani - dice Martin Guevara - un europeo non lo avrebbe accettato per più di due settimane". Martin poi ricorsa che i governi comunisti che sono nati nel Novecento erano ben lontani dai principi di solidarietà. La stessa Rivoluzione d’Ottobre in Russia che aveva ispirato suo zio, che aveva permesso ai figli di contadini di diventare astronauti o scienziati, non non si compiuta, così come è accaduto a Cuba. Poi ricorda che dopo tanti anni restano ancora dubbi sulla fine dello zio, che Fidel Castro non abbia fatto niente per salvargli la vita in Bolivia, che lo abbia abbandonato. "Non ho le prove per dirlo, certo è che mio zio non era ben visto dall’Unione Sovietica e in quel momento Cuba invece, aveva una disperata necessità della protezione sovietica".
Oggi Martin è uno scrittore. Il suo primo libro, "A la sombra de un mito", lo ha reso celebre. Essere cresciuto con un cognome così ingombrante non deve essere stato facile anche se Martin lo ha vissuto più come un onore, uno stimolo per essere una persona migliore. Che Guevara continua ad essere il simbolo mondiale contro le ingiustizie. "Credo si sia guadagnato tutto questo per la sua coerenza - afferma Martin -. Ha vissuto molto meno di Fidel Castro ma la sua immagine si rafforza ogni giorno. Nessun giovane ribelle insoddisfatto oggi indosserebbe una t-shirt di Fidel Castro novantenne".
Un mondo diverso è possibile? Per Martin la soluzione è a metà: il capitalismo di oggi ha spremuto i più bisognosi in modo crudele. Andrebbe sostituito con un sistema democratico con una forte presenza di ideali sociali in cui possa decidere il popolo, non le banche. E dove tutti possano avere una vita dignitosa e libertà individuali. Intanto Martin ha recentemente pubblicato il suo secondo libro, "Triangulo identitario", un’antologia di scritti divisi in quattro sezioni, Cuba Flash che parla di Cuba, l’Europa intossicata dai resti della destra fanchista in Spagna e le crescenti preoccupazione dei neo fascismi in tutto il Continente. Ed il suo prossimo libro? "Sarà ambientato in Italia".
20.01.2019


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