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Il ministro Bertoli anticipa i cambiamenti dettati dal virus
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Ecco i tre scenari possibili
per la scuola dal 31 agosto
LILLO ALAIMO


Immaginare la scuola di domani. Si può. E sebbene si sia in piena estate, i tempi incerti che stiamo vivendo impongono di farlo ora. Lo impongono a chi ci governa e a noi cittadini. A noi genitori. Agli stessi studenti. Gli istituti chiusi in primavera, l’obbligo dell’insegnamento a distanza, le difficoltà delle famiglie… Dopo tutto questo, che scuola sarà? Come dovrà essere? Il direttore del Dipartimento educazione, Manuele Bertoli, non ha dubbi. Su ciò che dovrebbe accadere nel medio tempo e su quel che, finito agosto, la scuola si troverà ad affrontare. Tre scenari, spiega, tre scenari su cui i suoi collaboratori stanno lavorando. Una scuola "ordinaria", così come l’abbiamo sempre conosciuta. Una scuola "ibrida", in parte da casa in parte no. E una scuola, che Dio non voglia, da secondo lockdown. Ma andiamo con ordine. E partiamo... dalla fine, la fine dell’emergenza.
Direttore, immagini un Manifesto per la scuola che ritorna a settembre. Come risarcire migliaia di ragazzi e famiglie dell’insegnamento sequestrato loro per diverse settimane da un virus?
"Non credo che un manifesto possa essere la risposta più adatta. La scuola è sempre un percorso, a volte anche lungo. C’è quindi il tempo di recuperare quanto si è inevitabilmente perso da metà marzo a fine anno scolastico, pur con tutto quel che è stato messo in campo per evitare un blocco dell’insegnamento e dell’apprendimento durante questo periodo".
Non si può, insomma, non pensare a una seconda ondata?!
"Sì, il vero problema è essere pronti a funzionare bene anche in caso di seconda ondata virale e quindi di un inevitabile ritorno ad una certa distanza tra scuola e allievi. È su questo che ci stiamo preparando, traendo lezioni anche da quanto già successo, valorizzando quanto di buono è stato fatto, ma con un occhio di riguardo ad evitare per quanto possibile quelle lacune che questa diversa organizzazione della scuola ha messo in luce".
Sono in corso due ricerche…
"Sì, quella sulla scuola dell’obbligo e quella che partirà a breve sulle scuole postobbligatorie. Ci aiuteranno molto, dandoci dati solidi e complessivi, adeguati a superare le impressioni inevitabilmente legate ai vissuti personali".
Si dice che nella storia le più interessanti idee educative, idee di formazione... siano nate da sperimentazioni radicali, fatte in situazioni difficili. È quanto accaduto questa primavera. Cosa ci si porterà in eredità di positivo?
"Credo che due siano gli elementi principali. Da un lato la pandemia ci ha fatto fare un balzo avanti nell’uso della tecnologia in campo scolastico, ma è bene che ora si recuperi quella parte del cammino che il virus ci ha impedito di fare…".
A cosa pensa esattamente?
"Alla formazione di docenti e allievi, molti di loro ‘gettati nell’acqua fredda’ prima di saper nuotare per bene, che da settembre in poi dovranno aumentare le loro competenze nell’uso degli strumenti informatici. D’altro canto credo che la novità abbia ben mostrato come la scuola in presenza, pur accompagnata o integrata da elementi tecnologici e a distanza, rimanga insostituibile, almeno fino a che gli allievi non siano sostanzialmente degli adulti".
E qui si apre il capitolo investimenti e della volontà politica.
"Sì, spero che le recenti esperienze convincano maggiormente sulla necessità di investire in condizioni di insegnamento e apprendimento migliori di quelle vigenti, tema che per me è sempre stato centrale ma sul quale nei fatti trovare maggioranze è difficile".
Pensa che l’insegnamento a distanza sperimentato nei mesi scorsi abbia creato un nuovo rapporto con le città e le famiglie? Una maggiore apertura. Una scuola capace di sporgersi oltre le proprie mura.
"Indubbiamente durante la pandemia i rapporti tra scuola e famiglia sono cambiati. Da un lato a casa, se possiamo dire così, ci si è accorti per bene dell’importanza di questa grande istituzione, troppo spesso data per scontata, come credo che molti genitori abbiano compreso l’impegno che giornalmente viene profuso a favore degli allievi da parte degli insegnanti".
E dall’altro lato? Dalla parte della scuola?
“Nelle settimane di emergenza si sono viste anche le lacune di una parte dei docenti e quelle organizzative di alcuni istituti, cosa che ha generato una legittima reazione e che necessita di risposte qualitative da parte dell’istituzione scolastica. Il ‘muro’ è divenuto più trasparente, facendo vedere meglio le buone cose che avvengono nel contesto scolastico ma togliendo anche il velo a ciò che non va bene e va cambiato”.
Avventurarsi nella vasta e ricca prateria del web cosa significa concretamente per la scuola? Quali accorgimenti per non restare imbrigliati tra i pericoli della rete?
“In realtà durante la scuola a distanza non è stato l’uso della rete come lo intendiamo usualmente ad essere al centro, ma la possibilità di utilizzare alcuni strumenti informatici precisi per scambiarsi materiale, informazioni, per vedersi, per seguire videolezioni. Novità sulle quali bisogna fare passi avanti nella formazione dei docenti e nella formazione degli allievi, affinché vengano usate bene, con efficacia e possano davvero essere un plusvalore durante la scuola ordinaria e una valida alternativa in caso di pandemia, di malattia…”.
Un maggior utilizzo delle tecnologie pone inevitabilmente molti interrogativi.
“L’uso accresciuto della tecnologia informatica, per ragioni scolastiche permette di tematizzare meglio i problemi che possono nascere da un uso eccessivo o acritico del web, ma si tratta di un altro tema, sul quale si sta lavorando da tempo. Non ultimo, c’è l’enorme capitolo della gestione dei dati oggi monopolio privato di pochi big internazionali non proprio campioni di trasparenza; una questione di portata planetaria”.
Una scuola più inclusiva. Cosa si può fare per quanto riguarda le disparità sociali e le diversità culturali? Le forme di insegnamento sperimentate in primavera potrebbero insegnarci qualcosa?
“La scuola a distanza è stata per forza di cose poco inclusiva e molto atomizzata. Ogni allievo viveva il momento scolastico direttamente dal proprio contesto familiare, per cui l’effetto inclusivo della scuola è venuto meno…”.
E durante la scuola “ibrida”?
“Innanzitutto ha interessato solo le scuole dell’obbligo. Durante la scuola ‘ibrida’ ho sentito più di un docente, specialmente delle elementari, apprezzare il lavoro in piccoli gruppi (le classi dimezzate). ‘Potessimo andare avanti così sarebbe bellissimo’ hanno detto alcuni, non riferendosi naturalmente alla metà del tempo a disposizione con gli allievi, ma al fatto di lavorare con 10-11 allievi e quindi poterli seguire individualmente in base ai loro bisogni”.
Direttore, ci si è resi conto, forse più che mai, di quanto possa essere necessaria una “scuola a tempo pieno”, per così dire. Cosa si può fare per migliorare l’organizzazione attuale?
“Molte cose, ma soprattutto rendere più efficace il rapporto docente-allievo attraverso una maggiore personalizzazione dell’insegnamento, che non è una scuola ‘à la carte’, ma una scuola che riesce a considerare più gli allievi come individui e non solo come membri di un gruppo classe”.
Il suo pensiero va quindi al progetto “La scuola che verrà”?
“Certo, il progetto andava proprio in questa direzione, ma purtroppo non ha potuto proseguire il suo cammino a seguito del voto popolare negativo del settembre 2018”.
Cosa accadrà su questo fronte?
“Qualche passo avanti sarà fatto presto, penso ai nuovi laboratori (insegnamento a metà classe) nel primo biennio di scuola media, che partiranno a settembre in I classe e l’anno successivo in II classe per italiano, matematica e tedesco; penso all’aumento dei laboratori anche nella nuova griglia settimanale del liceo che partirà in I classe; penso a una diversa organizzazione delle classi alla scuola professionale con numeri più contenuti per poter essere pronti ad eventualmente passare alla scuola ibrida”.
Si stanno aspettando anche delle decisioni parlamentari…
“Sì, il Parlamento deve decidere sui 22 allievi massimi alla scuola media, dall’anno scolastico 2021/2022, e sui docenti di appoggio per le classi sopra i 22 allievi alle scuole elementari e dell’infanzia. Si tratta di provvedimenti che aumentano l’efficacia dell’insegnamento e dell’apprendimento”.
Sono temi in discussione da molto tempo…
“All’interno del Dipartimento su questo tema le idee sono chiarissime, ma purtroppo non è semplice trovare consenso e maggioranze attorno ai progetti, perché in Ticino, magari nascondendosi dietro a mille scuse, sono ancora in troppi nei fatti a non credere che investire in una migliore organizzazione della scuola sia una priorità”.
Concludendo direttore... Per il ritorno dalle vacanze state lavorando su tre scenari di convivenza con il virus. Ce li può spiegare?
“Il primo  è la scuola ‘ordinaria’, quella che siamo abituati a conoscere. Magari con qualche accorgimento in più (disinfettante, sapone, distanze dove è possibile ecc.), ma di base la scuola di sempre”.
Veniamo al secondo.
“La scuola ‘ibrida’, in parte in presenza e in parte a casa. L’idea è di seguire la griglia oraria del primo scenario, comprese le discipline che in maggio alla scuola dell’obbligo non erano insegnate, a classi dimezzate”.
E cioè? Concretamente?
“Il gruppo A andrà a scuola ad esempio il lunedì, il mercoledì mattina e il giovedì, poi la settimana dopo il martedì e il venerdì, mentre il gruppo B farà l’inverso. In questo modo in due settimane ogni allievo avrà seguito tutte le lezioni in presenza e avrà dovuto lavorare durante i giorni in cui è rimasto a casa”.
Cosa prevede il lavoro da casa?
“Non prevede videolezioni (i docenti sono impegnati a tempo pieno a scuola e quindi non possono farle), ma consegne e compiti da svolgere a casa, appunto, anche tramite la piattaforma Moodle. In questo scenario la scuola non potrà occuparsi dell’accudimento, stiamo discutendo con i colleghi del Dipartimento sanità e socialità per vedere come affrontare questo eventuale problema”.
E infine il terzo scenario.
“È quello che nessuno vuole, anche perché corrisponderebbe ad un secondo lockdown. È la scuola a distanza. Ci stiamo ancora lavorando per cui non ho dettagli da presentare per ora, ma davvero speriamo si tratti di un esercizio da non dover rimettere in pratica concretamente”.
Ma il futuro incerto imporrà molta flessibilità.
“Ogni istituto dovrà essere pronto a passare da uno scenario all’altro se necessario, la decisione sarà presa ogni volta dal Consiglio di Stato. Il 10 agosto comunicheremo con quale scenario si inizierà il 31 agosto”.
Fra una settimana Bertoli sarà in vacanza. Al suo ritorno conosceremo la scuola di domani. E lo scenario previsto per fine estate e inizio autunno sul fronte dell’emergenza coronavirus.
l.a.
11.07.2020


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