Fogli in libertà
Immagini articolo
Imprigioniamo i profumi
per annusarli nel futuro
RENATO MARTINONI


Siamo abituati a conservare immagini e suoni. Tanto che il mondo, da grande libro, come veniva chiamato una volta, un enorme volume in cui poter leggere cose belle e piacevoli, è diventato un immenso archivio che i nuovi "sòscial" stanno moltiplicando all’infinito. Almeno la metà di chi vive sulla terra intasa di foto belle e brutte, meritevoli e banali, la rete in cui ci stiamo sempre più impigliando. Sicché c’è da domandarsi come si farà poi, nell’incommensurabile groviglio di cose, a ritrovare quello che veramente si vorrebbe cercare. L’immagine cara di un matrimonio, i colori di un luogo visitato, la voce di una persona che non c’è più.
Ci sono invece emozioni che, pur appartenendo ai sensi dell’uomo, come il gusto, l’udito e le impressioni tattili, non possono essere conservate in un archivio. Sono gli odori, che passano per le narici, i sapori che si depongono sulla lingua e le carezze provate dalla pelle. Ci sarà pure qualcuno che avrà sognato di mettere in una bottiglietta sigillata la fragranza dei fiori ricevuti per san Valentino, tanto gli sarà piaciuta. O il profumo di un sughetto gustato in casa della mamma, tanto lo avrà amato. E qualcun altro che avrà pensato di imprigionare la sensazione, ahimè, temporanea che nasce da un bacio dato o ricevuto. Per ora l’uomo è riuscito soltanto a catturare i suoni, quelli della musica, degli uccelli che cantano, delle moto che rombano, dell’acqua che scorre, e a riprodurre le immagini. E invece come sarebbe bello, a distanza di giorni, di mesi o di anni, aprire uno smartphone e ritrovare tante volte, come succede con una fotografia, uguale identica alla prima volta, la fragranza dei biscotti alla cannella sfornati dalla nonna o il sapore della trippa preparata dalla suocera. O, meglio ancora, il profumo inebriante di un barolo del 1964 stappato anni e anni prima. O magari, chissà, lasciare ai posteri, a secoli di distanza, la goduria di sperimentare quante volte hanno voglia quello che noi abbiamo odorato, gustato o provato palpando qualcosa di bello.
Per ora tutto questo è impossibile. Venga conferito il premio Nobel a chi saprà risolvere la questione. Qualche tentativo c’è pur stato. Tuttavia, se la memoria non fa cilecca, l’unico che ha pensato a qualcosa del genere è stato un creativo italiano. Quello che ha messo in vendita, prima la "merda d’artista", sigillata in alcune scatole di latta, poi il "fiato d’artista", imprigionato in palloncini volanti. È passato mezzo secolo e, mentre la vista e l’udito trovano ogni giorni di che nutrirsi, l’olfatto e il gusto restano relegati nel naso e sulla lingua. E il tatto sui polpastrelli delle dita. Mondo degli inventori! Forza! Meno fantasia, però, e tanto olio di gomito!
10.02.2019


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