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Riviste le cifre del 2019, il Ticino "perde" 13 miliardi
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Il nuovo metodo di calcolo
fa crollare l'export ticinese
ANDREA STERN


È bastata una piccola modifica del metodo di calcolo e il Ticino ha perso oltre 13,5 miliardi di franchi di esportazioni. Se in un primo tempo per l’anno scorso era stato stabilito un valore di merci esportate superiore ai 47 miliardi, con il nuovo metodo adottato dall’Amministrazione federale delle dogane (Afd) questo valore si è ridotto a 33,5 miliardi. Un tracollo.
La spiegazione è semplice. In precedenza l’Afd ripartiva tra i cantoni il totale delle esportazioni e delle importazioni nazionali in base all’indirizzo del mittente, rispettivamente del destinatario della merce. Ma spesso questo indirizzo non apparteneva alla ditta che esportava o importava un determinato prodotto, bensì a un intermediario o a un deposito solitamente situato vicino a un valico doganale. Così al Ticino venivano attribuite anche esportazioni e importazioni relative ad altri cantoni per il solo "merito" di vantare sul proprio territorio l’accesso a sud della Svizzera.
Il nuovo metodo invece attribuisce i flussi di merci direttamente alle aziende esportatrici e importatrici. Si tratta di una ripartizione più "giusta", che però ridimensiona nettamente le cifre del commercio estero ticinese. Tanto che ci si potrebbe chiedere se in precedenza non si fosse fatto i conti con cifre artificiosamente elevate.
"Non credo - replica Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio del canton Ticino -. È evidente che avendo noi un tessuto economico composto in gran parte da terzisti, i parametri statistici cambiano. Noi abbiamo parecchie aziende che non esportano direttamente componenti o prodotti finiti ma li producono per altre aziende svizzere". Il nuovo metodo di calcolo attribuisce la merce a queste ultime. "Da una parte è certamente corretto - prosegue Albertoni -. Però d’altra parte questo sistema non tiene conto della provenienza, anche ticinese, di molte componenti. Viene a cadere la valutazione di tutti quanti lavorano con l’export in maniera indiretta. Si prende solo l’ultimo anello della catena di produzione del valore. È limitativo".
Una corretta ripartizione cantonale delle cifre del commercio estero risulterebbe essere molto laboriosa. "Ad ogni modo i mutamenti statistici - osserva Albertoni - non cambiano nulla per quanto riguarda la forza della parte di export per il Ticino e i forti legami delle nostre aziende con le imprese esportatrici elvetiche".
Un altro aspetto che però potrebbe far sorgere dubbi in merito alla reale forza dell’export ticinese è il fatto che, secondo i dati dell’Afd, sia composto per l’82% da metalli preziosi. Ovvero essenzialmente oro che entra nel Mendrisiotto per essere raffinato e poi riparte subito verso altri lidi. Solo il restante 18% delle esportazioni ticinesi sarebbe quindi riconducibile a una vera e propria produzione.
"Da sempre i metalli preziosi costituiscono una parte sostanziale delle esportazioni - sottolinea Albertoni -. Questo vale non solo per il Ticino ma ad esempio anche per Neuchâtel e Ginevra. Non vi è nulla di strano". Sarebbe tuttavia sbagliato, secondo Albertoni, sminuire il peso dell’export ticinese. "Basti pensare a settori come il medtech - conclude Albertoni -, che è di livello mondiale, al di là dei numeri dei nuovi rilevamenti che, come detto, non tengono conto di tutta la catena di creazione del valore".
astern@caffe.ch
12.12.2020


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