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Il cinema rimuove chi è in odore di razzismo o sessismo
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Il politically correct
che "cancella" le star
ROBERTO NEPOTI


Nella scia lunga della valanga di episodi denominata "effetto Weinstein", che ha cambiato il cinema, niente sfugge. Nemmeno le posizioni ideologiche - a dir poco imbarazzanti - di John Wayne riaffiorate dal web profondo di una intervista rilasciata dall’attore a Playboy nel 1971. E il western con Tom Hanks, News of the World, uscito in America a Natale, ha riattivato le polemiche sul monumento cinematografico Big John, oggi tacciato esplicitamente di suprematismo bianco.
Il cinema non è più lo stesso di prima del #metoo. Si va affermando una tendenza denominata cancel culture, un effetto collaterale - ma sempre più vistoso - del politically correct: quando qualcosa o qualcuno è in odore di razzismo o di sessismo, lo si rimuove "cancellandolo". E la stessa cosa capita un po’ in tv. Anche quando oltrepassa i confini di ciò che in quel momento appare il massimo del politicamente scorretto niente accade in una trasmissione televisiva (neppure il più clamoroso fuorionda) che non sia stato immaginato, voluto, messo in scena dai suoi protagonisti. Presunte vittime comprese. Non illudiamoci.
p.g.

Uscito in America a Natale, il western con Tom Hanks News of the World ha riattivato le polemiche su John Wayne, oggi tacciato esplicitamente di suprematismo bianco. Se ne è occupato l’Independent, in un articolo di pochi giorni fa dal titolo "John Wayne: il testamento avvelenato di una delle star più amate di Hollywood"; dove si contrappone il nuovo film - nientemeno - a Sentieri selvaggi, il capolavoro western diretto da John Ford e interpretato da Duke Wayne al culmine della carriera. Là dove questi minacciava di uccidere la nipote rapita e "contaminata" dagli indiani (ma alla fine si ravvedeva), Hanks invece è un westerner politically correct, che protegge una ragazzina allevata dai nativi contro trucidi razzisti bianchi. A riattizzare le ire sulle posizioni ideologiche - a dir poco imbarazzanti - di Wayne è stato il riaffioramento sul web profondo di una intervista rilasciata dall’attore a Playboy nel 1971.
Allora Big John era un monumento cinematografico vivente: vincitore di Oscar, insignito di una medaglia del Congresso, titolare del 13° posto tra le più gradi star della storia del cinema. Il che non gli impedì di rilasciare dichiarazioni razziste e omofobe che all’epoca non fecero grande scalpore, mentre oggi appaiono inaccettabili. Così, i democratici della contea di Orange hanno presentato una risoluzione perché lo scalo aeroportuale di Santa Ana, denominato Aeroporto John Wayne, cambi nome. Per quanto le obiezioni all’ideologia dell’attore possano essere condivisibili, non lo è la tentazione di confondere l’uomo con i suoi film; e in particolare con Sentieri selvaggi, tutt’altro che razzista. L’episodio è solo il più recente di una serie ormai dilagante nel cinema.
Si va affermando una tendenza denominata cancel culture, un effetto collaterale - ma sempre più vistoso - del politically correct: quando qualcosa o qualcuno è in odore di razzismo o di sessismo, lo si rimuove "cancellandolo".
Un altro caso riguarda Johnny Depp, attore idolatrato dal pubblico e fino a ieri conteso dai produttori, finito nell’occhio del ciclone per le accuse di maltrattamenti alla ex-moglie Amber Head. Temendo di alienarsi il pubblico, Hollywood non vuole più saperne del divo, definito dalla stampa "picchiatore coniugale": così, dopo due episodi, lo ha cancellato dal ruolo di Grindelwald dalla saga spin-off di Harry Potter Animali fantastici. E pare non sia estranea alle sue traversie giudiziarie la decisione di rimuovere i film con Depp dal catalogo Netflix in America e Australia. Freschissima, dopo l’irruzione dei trumpiani in Campidoglio, la scelta di tagliare il breve "cammeo" di Donald Trump nella commedia per famiglie di trent’anni fa Mamma ho riperso l’aereo, dove il futuro presidente americano dava un’indicazione al piccolo Macaulay Culkin (che ora plaude all’iniziativa).
Piacciano o dispiacciano i protagonisti, l’idea di cancellare scene o interi film a causa della loro presenza è un fenomeno di censura inquietante. In nome del movimento Black Lives Matter l’anno scorso fu la volta di Via col vento come "rappresentante dell’America razzista"; poi potrebbe toccare al capolavoro della storia del cinema Nascita di una nazione (1915) di David Griffith, che teneva le parti del Sud nella guerra di Secessione.
Benché più sporadici, gli antecedenti di questi episodi si possono trovare anche nel passato. Come quando un’associazione animalista additò il cartoon Disney La carica dei 101 come inadatto ai bambini, perché in una scena i cuccioli di dalmata bevevano latte di mucca (motivazione: i cagnolini potrebbero essere allergici al lattosio). O quando una lega contro il tabacco chiese di censurare il manifesto di Pulp Fiction dove Uma Thurman tiene tra le dita una sigaretta. E qualcuno propose, sarcastico, di sostituirla con una "french frie", una patatina fritta.
23.01.2021


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