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Scenari sconcertanti dopo una strage in Messico
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Polizia e gangster
"gestiscono" i migranti
GUIDO OLIMPIO


La premessa. Atroce. Il 22 gennaio le autorità ricevono la segnalazione sulla presenza di un furgone e di un camioncino distrutti dalle fiamme a Camargo, stato messicano di Tamaulipas, vicino al confine con il Texas. All’interno i resti carbonizzati di 19 persone, alcuni con segni di pallottole. Gli investigatori sospettano siano l’esito di una battaglia tra narcos, ma la versione è presto rivista. La seconda verità è ancora più brutale: 14 delle vittime sono migranti guatemaltechi, partiti da una regione poverissima e diretti verso gli Usa. Altri due corpi appartengono a locali, uno noto per essere legato a trafficanti di clandestini.
La scoperta conduce, nel giro di poche ore, ad una svolta. La magistratura annuncia l’arresto di 12 agenti dell’unità Gopes, attiva nella regione. Secondo il magistrato hanno collaborato al sequestro e alla successiva uccisione degli ostaggi, una strage compiuta in quanto alleati di formazioni criminali. Scenario tragico e abituale. Chi dovrebbe difendere la legalità lavora invece con i gangster. Alleanza favorita nella regione dal flusso costante di immigrati che devono pagare il pizzo ai "mercanti", alle organizzazioni narcos e ai funzionari. È un vero pedaggio. Se qualcuno si sottrae è punito, stessa sorte se si invade il "campo" dei rivali. In questo caso l’imbarazzo è ancora maggiore perché almeno tre degli arrestati sono stati addestrati dagli americani nell’ambito di un programma d’assistenza.
Il massacro di Camargo ha fatto riemergere l’anima nera di alcuni apparati di sicurezza. Piaga antica in Messico quanto quella del giro della droga, storia così consolidata da entrare in romanzi, libri e serie televisive. Di recente ha fatto notizia la vicenda dell’ex ministro della Difesa accusato dagli Usa di rapporti con un padrino ma ritenuto un angelo nel suo paese. C’è riprovazione, condanna, ma in realtà nessuno si sorprende di un fenomeno con molte cause.
Intanto c’è una proliferazione di polizie, con addestramento non elevato, controlli scarsi sul loro passato e rapporti pericolosi. Sono corrotti alla base, come lo sono alcuni vertici. Inoltre ricevono salari bassi - circa 600 dollari al mese - rispetto a quello che possono offrirgli i padrini. Ripetuti, estesi e consolidati gli abusi nei confronti di chiunque, casi denunciati dai media, associazioni per i diritti umani, semplici cittadini. Malviventi in divisa che oscurano la memoria di quei loro colleghi che invece hanno fegato e voglia di battersi contro banditi sempre più agguerriti. I bilanci ufficiali segnalano che nel 2020 sono stati oltre 520 i poliziotti caduti in servizio. Molti sono stati assassinati in quanto stavano facendo il proprio dovere, altri eliminati a causa di faide.
Davanti a questo quadro disastroso, con una sfiducia crescente nell’opinione pubblica, i diversi presidenti hanno scelto una strada abituale. Hanno impiegato le forze armate contro i cartelli illudendosi di dare una risposta militare e, nel contempo, hanno creato nuove istituzioni. Una nuova agenzia federale, la Gendarmeria e in ultimo, sotto l’attuale presidente Andres Obrador, la Guardia nazionale. C’è stato un impatto nella lotta al mix letale politica-boss? I dati che conosciamo danno una risposta angosciante: dal 2006 oltre 250 mila morti e decine di migliaia di desaparecidos.
20.02.2021


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