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L'infettivologo Massimo Galli e le strategie di prevenzione
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"La Svizzera sui vaccini
segua l'esempio di Israele"
FRANCESCO ANFOSSI DA MILANO


Continua a ripetere che si uscirà dall’emergenza solo con le vaccinazioni. "Uno dei possibili vantaggi per la Svizzera è riuscire a vaccinare il più possibile e rapidamente la popolazione. Prendiamo l’esempio di Israele che è un Paese simile al vostro per numero di abitanti, circa otto milioni. Una popolazione con numeri più gestibili di Paesi come l’Italia o la Germania ha permesso alle autorità di Tel Aviv di concentrarsi sulle vaccinazioni a tempo di record. Oggi lo Stato mediorientale è arrivato alla protezione quasi totale e ne stanno venendo fuori. Proprio per questo approfitterei della coda del lockdown: prima vaccinerei e poi aprirei, se fossi in grado di farlo. E comunque programmerei le graduali aperture in relazione alla velocità possibile della campagna vaccinale".
Il professor Massimo Galli, uno dei massimi esperti di malattie infettive in Italia e nel mondo, primario dell’ospedale milanese Sacco, e docente all’Università Statale di Milano, monitora la situazione della pandemia in tempo reale.
Professore qui in Svizzera c’è qualche timida apertura dopo il lockdown duro degli ultimi mesi. È consigliabile con queste nuove varianti (inglese, brasiliana...) di cui ha detto di avere pieno il suo reparto a Milano?
"Il reparto pieno è stata un’esagerazione giornalistica che mi ha creato un sacco di problemi e di critiche, anche se la questione è di lana caprina. Ho adoperato un’espressione colorita, ma sono anche irritato su questioni ovvie che non c’è bisogno di specificare. Nel senso che queste varianti ahimè ci sono e sono numerose e non potranno che crescere in un limitatissimo arco temporale. Possiamo esserne certi. La crescita della variante inglese implica necessariamente un aumento potenziale delle infezioni: aprire mentre cresce la variante inglese è un po’ come andare a cercarsi guai. Perché questa è la realtà: inutile girarci intorno".
Lei aprirebbe in questa fase le attività chiuse durante il lockdown, anche se gradatamente?
"Aprire mentre la variante inglese va diffondendosi e non avere un sistema di rilevazione delle varianti attivate nel Paese, come temo che la Svizzera non abbia (però questo - premetto - non lo so perché purtroppo non sento da un po’ di tempo il mio amico di Lugano Enos Bernasconi, viceprimario malattie infettive del Civico) non è consigliabile. Se dovessi dare un consiglio al ministro della Salute della Confederazione elvetica andrei a dare un’occhiata per bene - usando anche le cosiddette metodiche rapide - alla situazione delle infezioni che ha in questo momento tutto il territorio, cantone per cantone, e mi comporterei di conseguenza".
Il pericolo si chiama "varianti", in questo momento, par di capire. È davvero così?
"Ricordo che qui in Italia stanno sorgendo tutta una serie di zone rosse dovute alle varianti. E ho la netta sensazione che siano destinate ad aumentare. Per esempio gran parte della provincia di Perugia e parte di quella di Terni, Pescara; ma poi ce ne sono altre in giro. Forse a voi svizzeri in tutta franchezza vale la pena di dare un’occhiata a questa cosa, se cioè vi sono focolai sul territorio, se invece gli scienziati e i meidici l’hanno già guardata, bravi. Perché bisogna decidere di conseguenza il da farsi, mi sembra la cosa più logica, ragionevole".
Un suo intervento ha suscitato numerose polemiche per via della situazione di crisi in cui in Italia, e non solo, versano ormai molti comparti economici. Anche lei è per un ultimo lockdown duro?
"Ho solo detto che in tempo di variante inglese bisogna stare molto attenti".
Cioè si può riaprire tutto una volta passato il pericolo e intensificati i vaccini, come dice l’epidemiologo consulente del governo italiano Walter Ricciardi?
"Sono francamente irritato dalla crocifissione a cui hanno sottoposto Ricciardi che non è dissimile - anche se è stata più pesante - da quella cui sui social  stanno sottoponendo il sottoscritto (cosa di cui peraltro pochissimo mi importa). Tra l’altro quando ho detto ‘guardate che abbiamo già il reparto invaso’ si trattava di un modo per spiegare la situazione. In un reparto di 17 letti mi basta averne tre occupati per considerare il reparto invaso. Questo è sufficiente a farmi pensare che a breve scadenza i casi saranno di più, con i nuovi arrivi".
La variante inglese del virus è più letale di quello principale?
"La variante inglese alla fin dei conti farà più morti semplicemente perché farà più infetti. La letalità rimane sempre 1 a 100, un morto ogni cento contagiati, però se gli infettati sono un milione, il conto delle vittime è ovviamente superiore in termini assoluti. Naturalmente non mi aspetto un milione di infettati in Italia nelle prossime settimane. Ma mi aspetto che il dilagare di questa variante implichi una modificazione anche del ritmo con cui avremo nuove infezioni. Sempre ammesso e non concesso che non si sia capaci di vaccinare molto e vaccinare presto".
Nell’immediato cosa occorre fare? Che consigli darebbe alla politica?
"Da qualche giorno il ministro italiano della Salute, Roberto Speranza, mi onora delle sue telefonate e di seguire alcune mie indicazioni, ma non vorrei sembrasse che me ne vanti".
Lei al ministro consiglia di istituire un sistema nazionale di analisi delle varianti e di posticipare - nelle liste delle priorità - la vaccinazione dei guariti dal Covid 19, poiché hanno già una forma di immunità.
"Ma il pericolo delle varianti, che prima erano un dato di laboratorio, le avevamo già studiate, ora sono un pericolo ben presente di cui tener conto attraverso una seria opera di prevenzione. Il problema è che tutti, me compreso, vorremmo essere liberi, mentre finchè non affronteremo seriamente la pandemia non ne usciremo. Questo non vale solo per l’Italia ma per tutti i Paesi".
Torneremo alla normalità?
"Chissà... Anche a me piacerebbe dedicarmi ai miei passatempi, come una ricerca storica straordinaria che sto conducendo insieme ad alcuni miei collaboratori: mi sto occupando della digitalizzazione  e dell’analisi dei registri proveniente dall’Archivio di Stato italiano del Libro dei morti di Milano, istituito da Francesco Sforza, signore di Milano, e andato avanti dal 1452 al 1801. Un lavoro storico straordinario: nomi, cognomi, cause di morte ed età della popolazione della provincia ambrosiana. Sto lavorando sulla peste del 1485 e sui dati del 1629 e 1631, al tempo della peste manzoniana portata dai Lanzichenecchi".
20.02.2021


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