Le ingiustizie sociali dietro gilet gialli, trumpismo e Brexit
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Geografia della rabbia
contro la globalizzazione
LORETTA NAPOLEONI


Ormai è chiaro che l’oggetto della contestazione popolare in atto in diverse nazioni occidentali è la politica tradizionale. Nella solitudine delle urne il Regno Unito ha votato la Brexit e gli americani hanno eletto Donald Trump a dispetto di tutte le previsioni sul "corretto" comportamento dell’elettorato democratico. Ma è nelle strade di Parigi che nelle ultime settimane abbiamo preso coscienza dei motivi veri di questa rivolta: il sistema democratico non funziona più, discrimina apertamente e sfacciatamente a favore di una minuscola, fortunatissima élite mondiale che ha goduto e gode della globalizzazione. E chi ne fa le spese, la stragrande maggioranza della popolazione non ne può più di questa ingiustizia.
Ciò che accomuna la Brexit, il trumpismo ed i gilet gialli, dunque, non è la versione 2.0 del classico populismo, né tantomeno una nuova ideologia di destra, che molti definiscono la reincarnazione del fascismo, ma la rabbia prodotta dalle ingiustizie sociali ed economiche della globalizzazione. Discriminazioni non neutralizzate dallo Stato poiché anche questo fa parte delle vittime di un fenomeno che ha spaccato interi paesi, frantumando la geografia dello stato nazione occidentale e così facendo ha posto fine alla struttura socio-economica delle democrazie occidentali post-belliche. Ed ecco perché chi sostiene questi movimenti di rottura non è né fascista né anarchico ma pretende più Stato, che torni ad essere l’arbitro incorruttibile della vita sociale nazionale.
Per capire ciò che sta accadendo nelle democrazie occidentali bisogna usare come chiave di lettura la geografia e non l’ideologia. Il grido di protesta viene dalle piccole città, dalle province e dalle campagne, da regioni dove in passato erano ubicate le fabbriche ed dove il tenore di vita negli ultimi vent’anni è letteralmente precipitato. Il fenomeno è transnazionale. Alla protesta aderiscono le cittadine del Wisconsin dove vivono gli ex operai delle acciaierie e le città portuali britanniche, come Hull, nelle Midlands, dove l’industria navale non esiste più e all’alba i pescherecci non salpano più. Ma anche le province agricole ed ex industriali della Francia, dove la disoccupazione è rampante e si sopravvive a stento con 800 euro al mese.
La protesta è diretta contro le grandi città del villaggio globale dove si muovono liberamente le élite mondiali. Una classe di super ricchi per la quale la geografia non esiste più, che colleziona appartamenti lussuosi nei grandi centri urbani e tutti coloro che possono raccogliere le briciole di questa ricchezza urbana. Ma anche una classe di potere che muove come un esperto burattinaio la politica nazionale e sovranazionale. Ecco spiegata la sfiducia dei contestatori nei confronti di istituzioni transnazionali e sovranazionali, dalla World Trade Organization all’Unione europea fino alle Nazioni Unite, tutte viste come appendici dell’élite. La geografia più della politica guida anche il movimento di protesta francese. In fondo di ideologia c’è ben poco, anzi nulla. Chi ne fa parte potrebbe facilmente essere descritto come apolitico, si badi bene non qualunquista. Anche senza ideologia la protesta ha un’anima e una coscienza, sa di avere diritti e pretende che lo stato rispetti il cittadino. "Noi esistiamo", gridano i francesi al presidente Emmanuel Macron.
È chiaro che il nocciolo del problema è l’alterazione della geografia dello Stato nazione, rimpiazzato dal villaggio globale, che ha finito per discriminare contro la sua base portante, il popolo, e il mantenimento della struttura politica del vecchio stato nazione. Ecco perché Macron viene definito il presidente dei ricchi. La soluzione potrà venire solo dalla ristrutturazione del sistema democratico, ma non sarà facile. Altro elemento caratteristico della politica contemporanea è la polarizzazione dell’elettorato, spesso spaccato in due come nelle votazioni per la Brexit nel Regno Unito e l’elezione di Trump negli Stati Uniti. Una cosa è certa, la contestazione è qui per rimanere.
16.12.2018


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