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FOGLI IN LIBERTÀ di Renato Martinoni
Immagini articolo
Una via per Montale
e... la propaganda
Renato Martinoni


Qualche anno fa, nel Luganese, è sorta una polemica poi subito montata a neve dai media in Italia. Si trattava di cambiare il nome di una strada. Che da via Belvedere doveva diventare via Montale. Apriti cielo! Cosa sperare di meglio, per i primanostristi, che in un’occasione del genere per dire che non era proprio il caso di intestare a un poeta italiano, ancorché vincitore del premio Nobel, una via che corre sul territorio elvetico? Mancavano nomi svizzeri da scegliere prima di quelli di gente d’oltre ramina? Poco contava il fatto che Montale, al tempo della guerra, avesse pubblicato a Lugano uno dei suoi libri più importanti. E meno ancora interessava il fatto che chiamare "Belvedere" un luogo da cui, davanti a un mare di cemento, di bello da vedere non c’era più nulla, era oramai diventata una cosa ridicola.
A Trieste la polemica sui nomi si è ripetuta perché l’amministrazione di centrodestra ha deciso di posare una statua di Gabriele d’Annunzio in una piazza del centro. In pochi luoghi dell’Europa, come in quella città, è forte ancora oggi il senso del confine, la convivenza ma anche l’opposizione fra etnie (italiani, slavi, gente sradicata dalle proprie terre), il ricordo di una storia che intorno alla frontiera è stata all’origine di conflitti, di occupazioni, di morti, di regolamenti di conti, di drammi (basti pensare alle foibe) e di divisioni dolorose e immedicabili. Nel settembre del 1919, cioè un secolo fa, disobbedendo agli ordini del governo italiano, D’Annunzio, il "vate immaginifico", cultore di una vita eroica, anzi "inimitabile", poi simpatizzante del Fascismo, si mise alla testa di un gruppo di nazionalisti e andò a occupare la città di Fiume, proclamandone l’annessione al regno d’Italia. Non valsero allora gli ammonimenti di altri Stati, vincitori della guerra. Non i trattati politici. Non gli inviti amichevoli né le minacce. Per mettere fine a un’occupazione, per l’Italia, molto imbarazzante, quella decisa da un poeta-soldato, fu necessario mandare l’esercito.
Si capisce pertanto che la posa di una statua di Gabriele d’Annunzio possa essere vista, più che alla stregua di una celebrazione storica, come un’azione politica di propaganda. Nei confronti di chi avversa le idee nazionaliste e anche nei confronti di uno stato vicino, la Croazia, di cui Fiume-Rijeka oggi fa parte. Bisogna guardare a Gabriele d’Annunzio come a un grande poeta o come a un egocentrico politicamente compromesso? Attenti almeno a non usare le simpatie ideologiche (è successo anche con il poeta americano Ezra Pound) per coprire la grandezza della cultura. Ma attenti a non usare la cultura per fare propaganda politica. Perché la cultura è patrimonio. Non strumento di propaganda.
23-06-2019 01:00
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