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Si occupa di terrorismo internazionale e Medio Oriente, lavora al "Corriere della Sera" come inviato negli Stati Uniti
Il 4 agosto 2020 un’enorme esplosione devasta il porto di Beirut. Decine di migliaia di case danneggiate, attività commerciali compromesse e soprattutto oltre 200 vittime. Una strage provocata dalla deflagrazione di tonnellate di sostanze chimiche stipate, senza alcuna sicurezza, nei silos dello scalo libanese. Una bomba a tempo, visto che i sacchi della miscela erano stati scaricati da un mercantile nel lontano 2013.
Sono passati mesi dal disastro, ma l’inchiesta ha fatto pochi passi in avanti, rallentata da manovre, ostacoli e guerre giudiziarie. L’ultimo episodio a fine febbraio: il giudice Fadi Sawan, coordinatore dell’indagine, è stato sollevato dall’incarico, al suo posto Tarek Bitar. La ragione della rimozione è appesa ad un cavillo: siccome il magistrato ha delle proprietà nei quartieri sinistrati c’è un conflitto di competenza. Un pretesto. Tanto più che la tragedia è avvenuta per la mancanza di rispetto delle regole più elementari di prevenzione, una situazione di pericolo nota, ma che in tanti hanno preferito non vedere.
In realtà il potere politico non ha tollerato che Sawan abbia indagato sul premier Hassan Diab e su alcuni ex ministri. Il procuratore ha cercato invano di andare avanti, con interrogatori e verifiche ma i possibili imputati hanno fatto sbarramento. E sono cresciute le polemiche, con attacchi da parte di molte forze politiche nei confronti dello stesso Sawan, peraltro criticato anche da familiari delle vittime. Poi lo hanno ricusato. È evidente che al "sistema" interessa una soluzione di comodo, con le colpe attribuite ad un gruppo di funzionari. Dovevano vigilare e non lo hanno fatto. Si tratta di una ventina di persone finite in prigione nelle settimane successive alla carneficina.
A questo si è aggiunta la cosiddetta pista siriana. Uno dei punti investigativi più delicati riguarda chi avesse acquistato realmente - non i nomi di copertura sulle carte doganali - la grande quantità di nitrato di potassio poi sbarcato sulle banchine. Sono girate molte ipotesi, con un rimbalzo di versioni e personaggi. Tra queste una ritenuta interessante: riguarda un paio di uomini d’affari legati al regime siriano. E sempre Sawan aveva ordinato di esplorare questa traccia, mossa che gli ha attirato altra ostilità.
È bene sottolineare che attori interni ed esterni hanno subito cercato di sfruttare la strage per regolare conti. Sui media della regione sono state pubblicate ricostruzioni che hanno ipotizzato rapporti con questa o quella forza politica. Sono usciti documenti che provano ritardi ed errori, le autorità sapevano. Inoltre sono stati rilanciati sospetti sugli Hezbollah filo-iraniani, movimento tra i più importanti, avversario di Israele e dei sauditi. Indiscrezioni sostenevano che il deposito fosse una loro riserva, tesi respinta dalla fazione.
Teorie contrastanti anche sull’origine del massacro. È stato un incidente dovuto all’incuria oppure qualcuno ha dato fuoco "alla miccia" per innescare una crisi interna? Davanti a tanti contrasti e scarsa trasparenza sarebbe servita una commissione internazionale, un organismo indipendente impermeabile a pressioni, un’idea subito bocciata dall’establishment con grande disperazione - e sfiducia - di chi attende giustizia.
27-02-2021 21:30



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